Considerazioni sparse sull’orto

Anche quest’anno siamo riusciti ad avviare l’orto estivo. Scegli un pezzo di terra, lo forchi (anzi lo pignoforchi), pianti il favino, aspetti sei mesi, sfalci il favino, pignoforchi un’altra decina di volte, metti il concime, monti l’impianto a goccia, fai i solchi e metti altro concime, trapianti le piantine, le pacciami come se non ci fosse un domani e il gioco è fatto, ti resta solo di dedicargli almeno un’ora al giorno per tutta l’estate.

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Che l’orto vuole l’uomo morto lo sapevamo già in tempi non sospetti – quando non riuscivamo nemmeno a piantare il basilico in vaso – ma allora perché impegnarsi in quest’ardua impresa? O come ci chiese una ragazza londinese venuta a trovarci: a che serve fare l’orto se esistono i supermercati?

I motivi per cui farsi un orto sono innumerevoli, così tanti che ancora non li conosciamo tutti. Ne spunta sempre uno nuovo, mentre stai lì a pacciamare o a legare le piantine di pomodoro una per una alla propria canna. Posso limitarmi dunque a mostrarvi quelli che abbiamo raccolto fin qui, in quattro anni di esperienze ortive.

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Partiamo dal più banale: produrre da te gli ortaggi che mangi ti fa risparmiare un sacco di soldi, riduce sensibilmente la spesa mensile di cibo. Con un orto ben fatto puoi mangiare abbondantemente tu e tutti gli amici che vengono a trovarti. Puoi anche fare un sacco di regali ai vicini che così ti vorranno più bene. Puoi fare conserve e continuare a mangiare gratis pure in inverno.

Secondo motivo, facilmente intuibile (in realtà non del tutto): con un orto puoi conoscere il vero sapore dei vegetali. Sì, mi dispiace dirtelo: se hai sempre comprato i pomodori, tu non hai idea di che gusto abbiano i pomodori. Non è solo una questione di qualità. Anche i più buoni pomodori comprati al mercatino bio sotto casa, impallidiscono davanti ai pomodori del tuo orto. Questo perché il modo giusto per consumare i pomodori, e tutti gli altri vegetali, è coglierli e mangiarli. Lasciandoli in frigo il gusto si va perdendo inesorabilmente. È per questo che noi scendiamo nell’orto ogni giorno e cogliamo solo la quantità che riusciamo a mangiare tra pranzo e cena.

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Terzo motivo, abbastanza insospettabile: coltivandoti l’orto hai la possibilità di conoscere diverse varietà di ortaggi, anche antiche o esotiche. Roba che non vedresti mai al supermercato, dove arrivano solo ortaggi standardizzati, selezionati non tenendo conto del gusto ma della facilità di coltivazione, dell’alta produzione e persino della facilità di trasporto. (Qualche anno fa visitammo una serra di Vittoria che produce pomodori: il proprietario ci diceva che aveva scelto quella varietà di pomodoro che si estendeva per ettari ed ettari plasticosi solo perché aveva una forma compatta, e nelle cassette ce ne entravano di più).

Tramite il nostro orto ad esempio abbiamo riscoperto un’antica varietà di pomodoro catanese, il riccio. Meraviglioso nelle insalate ma molto difficile da vendere perché si degrada subito, quindi lo troverete difficilmente nei mercatini biologici.

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Quarto motivo difficilmente prevedibile: lavorare nell’orto è una vera e propria terapia. Cura il corpo regalandogli una stanchezza sana e bella, di quelle che ti fanno dormire meravigliosamente; cura la mente svuotandola dai pensieri inutili. Non capisco per quale sorprendente magia, ma mentre togli la gramigna attorno alle lattughe, o mentre riempi il cesto di pomodori, non riesci proprio a pensare ad altro. È come se tutto quello che ti angoscia o ti cruccia restasse a galleggiare due metri sopra di te mentre tu stai lì a sentire l’odore delle foglie di pomodoro che ti lasciano le dita verdi di solanina o a guardare la cimice che sale e scende dai sassi e che sembra decorata come un vaso greco.

In sostanza, quelli nell’orto sono momenti di semplice e immediata felicità, come quella che provano i bambini.

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Quinto motivo, del tutto inimmaginabile: farsi l’orto è un atto rivoluzionario. Forse parte della felicità che si prova lavorando nell’orto è dovuta alla – sempre rivoluzionaria – riappropriazione della propria capacità di fare.

Autoprodursi il cibo è considerato superfluo nella nostra società, così come autocostruirsi una casa – quest’ultima cosa più che superflua è proprio illegale – o provare a curarsi da sé. Esistono esperti per ognuna di queste vitali attività a cui affidarsi in cambio di soldi. In questo modo abbiamo perso fette sempre maggiori di autonomia, assieme al piacere e alla soddisfazione di lavorare in prima persona per ciò che è fondamentale nelle nostre vite. Siamo diventati consumatori passivi e tendenzialmente depressi che si accontentano dei prodotti standardizzati che il sistema industriale ha scelto per noi. (Nota: se vuoi approfondire l’interessante questione di come la società industriale ci abbia reso tristi e meschini potresti leggere L’uomo ad una dimensione di Marcuse o qualche scritto di Illich come Convivialità o Disoccupazione creativa).

Ecco allora che l’orto diventa uno strumento potente di liberazione dal triste sistema industriale: pomodori succosi, melanzane che si sciolgono in bocca e lattughe croccanti per riacquistare la libertà di vivere bene ed essere felici.

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«L’uomo non vive solo di beni e servizi ma della libertà di modellare gli oggetti che gli stanno attorno».

Ivan Illich, Convivialità, 1973.

  2 commenti per “Considerazioni sparse sull’orto

  1. lucia
    29 giugno 2016 alle 15:53

    Bellissimo articolo!
    Considerazioni profonde e verissime .

  2. 30 giugno 2016 alle 10:22

    Io ci provo, sto partendo coi bambini in quest’avventura, vediamo cosa succederà!
    Grazie anche dei preziosi suggerimenti libreschi, sono sempre ben accetti 🙂

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